Alla Maratona di Boston del 1924, diversi medici osservarono che molti corridori arrivavano al traguardo con chiari sintomi di ipoglicemia. Un anno dopo, sperimentarono un intervento tanto semplice quanto innovativo per l’epoca: fornire glucosio prima e durante la gara. Quell’idea contribuì a gettare una delle basi della moderna nutrizione sportiva.
Boston, 1924
L’atmosfera sulla linea del traguardo della Maratona di Boston era molto diversa da quella odierna. Non c’erano gel energetici, né bevande isotoniche, né strategie nutrizionali calcolate nei minimi dettagli. I corridori semplicemente correvano. E arrivavano al limite.
Quell’anno, tuttavia, qualcosa attirò particolarmente l’attenzione di diversi medici e ricercatori che osservavano l’arrivo degli atleti. Molti corridori non tagliavano il traguardo soltanto esausti: alcuni arrivavano pallidi, tremanti e disorientati. Altri non riuscivano nemmeno a terminare la gara e crollavano prima di raggiungerlo.
Una domanda sulla linea del traguardo
Quelle scene fecero emergere una domanda tanto semplice quanto importante:
Che cosa stava accadendo all’interno del corpo di quei corridori dopo 42 chilometri?
Per rispondere, i ricercatori fecero qualcosa di insolito per una gara dell’epoca: aspettarono i corridori al traguardo per prelevare campioni di sangue subito dopo la fine della prova.
Il loro obiettivo era analizzare come cambiassero alcuni componenti chimici del sangue dopo uno sforzo estremo, con particolare attenzione al glucosio.
La scoperta chiave: l’ipoglicemia
Ciò che scoprirono era chiaro. I corridori che arrivavano nelle condizioni peggiori —i più esausti, i più pallidi, quelli che riuscivano a malapena a restare in piedi— presentavano livelli di glucosio nel sangue straordinariamente bassi. In alcuni casi, persino inferiori a 45 mg/dl.
Detto semplicemente: avevano consumato quasi tutto il carburante disponibile.
Quella scoperta contribuì a dare forma a un’idea decisiva. Se il problema era il calo del glucosio durante uno sforzo prolungato, forse si poteva prevenire fornendo zuccheri prima o durante la gara.
1925: la prova con lo zucchero
L’anno successivo, nel 1925, decisero di mettere alla prova quell’ipotesi.
Introdusero una strategia nutrizionale che, vista oggi, sembra elementare, ma che all’epoca era innovativa: aumentare la disponibilità di carboidrati prima della prova e somministrare zucchero durante la maratona.
Niente gel.
Niente bevande sportive.
Niente formule sofisticate.
Solo glucosio nella sua forma più semplice: caramelle somministrate in momenti specifici della gara.
Dallo zucchero alla strategia nutrizionale
I risultati rafforzarono la stessa idea: quando i corridori ricevevano glucosio, il calo degli zuccheri nel sangue poteva essere attenuato e i segnali di esaurimento estremo erano meno marcati.
Quella non era ancora la nutrizione sportiva così come la intendiamo oggi, ma indicava già un principio fondamentale: la capacità di sostenere uno sforzo prolungato dipende in larga misura dalla disponibilità di carburante.
In altre parole, il problema non era soltanto la stanchezza. Era anche rimanere senza energia utilizzabile.
L’origine di un’idea che oggi sembra ovvia
Oggi nessuno si sorprende quando si parla di carboidrati prima o durante una prova di resistenza. La gamma Endurance di Life Pro include prodotti per questo tipo di sforzi, dai gel come Ultra Gel fino a formati come Gumbar o a preparati isotonici come Hydra Pro. Ma più di un secolo fa, quell’idea iniziò in modo molto più semplice.
Non con prodotti sofisticati.
Non con il marketing.
Non con protocolli complessi.
Ma con un’osservazione clinica, una domanda scientifica ben formulata e una soluzione sorprendentemente semplice: fornire zuccheri al corpo prima che ne rimanesse senza.
Una lezione ancora attuale
La moderna nutrizione sportiva non è nata all’improvviso né è comparsa già completa. Ha iniziato a svilupparsi quando qualcuno decise di osservare attentamente ciò che stava accadendo a quei corridori al traguardo.
E ciò che trovò nel loro sangue contribuì a stabilire un’idea che ancora oggi è fondamentale in qualsiasi sport di resistenza:
non si possono correre 42 chilometri senza carburante.
Riferimenti bibliografici
Levine, S. A., Gordon, B., & Derick, C. L. (1924). Some changes in the chemical constituents of the blood following a marathon race: with special reference to the development of hypoglycemia. Journal of the American Medical Association, 82(22), 1778-1779.
Gordon, B., Kohn, L. A., Levine, S. A., Matton, M., Scriver, W. D. M., & Whiting, W. B. (1925). Sugar content of the blood in runners following a marathon race: With especial reference to the prevention of hypoglycemia: Further observations. Journal of the American Medical Association, 85(7), 508-509.